
Ivan Cotroneo scrive:
- per il cinema: ha scritto sceneggiature per Pappi Corsicato e Daniele Luchetti, fra gli altri; insieme a Claudio Piersanti ha scritto la sceneggiatura del film di Riccardo Milani, “Piano, solo”, con Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca.
- per la televisione: ha scritto diverse fiction ed è autore di spettacoli comici come "L’Ottavo Nano" e del talk show "Parla con me";
- radiodrammi e ha adattato romanzi per il teatro.
Inoltre da cinque anni tiene un laboratorio di sceneggiatura cinematografica e televisiva presso il Dams, Terza Università di Roma.
È traduttore per l’Italia delle opere letterarie di Hanif Kureishi e Michael Cunningham.
Collabora con diverse riviste, fra le quali Rolling Stone, Max, e Rodeo. Ha pubblicato nel 1999 la raccolta "Il piccolo libro della rabbia" e nel 2003 il suo primo romanzo "Il re del mondo" (entrambi ed. Bompiani).
"Cronaca di un disamore" (anno 2005 ed. Bompiani) è il suo secondo romanzo.
Veins: A proposito del tuo ultimo romanzo, Cronaca di un disamore, Fernanda Pivano ti definisce un grande scrittore, il nuovo cantore, il narratore della sua gioventù come lo era stato Cesare Pavese. Che sensazione provi ogni volta che ti ricordano queste affermazioni?
Ivan Cotroneo: Quando me le ricordano, ovviamente, mi sento lusingato e anche molto imbarazzato. Nanda Pivano ha scritto sul Corriere una recensione molto bella di Cronaca di un disamore, che mi ha emozionato, e di cui le sarò eternamente grato. Per dirla tutta quando l’ho letta mi è venuto un colpo. Quando la rileggo divento rosso da solo. Sì, direi che provo sensazioni di felicità e di imbarazzo. Ma quelle parole così esagerate non me le ricordano spesso, e va molto bene così.
V.: In realtà Fernanda Pivano apprezzò molto e parlò benissimo anche del tuo primo romanzo, Il re del mondo. Ci racconti un po’ del rapporto con lei? Del rapporto con un personaggio che in qualche modo ha cambiato gli orizzonti della nostra narrativa.
I.C.: Ho conosciuto Nanda quando lei ha letto il mio primo romanzo. Mi ha cercato per farmi sapere che le era piaciuto. Ecco, Nanda è questo tipo di persona. Una donna di una generosità assoluta. Per me, lei è un mito. Quasi tutta la letteratura che amo, l’ho conosciuta attraverso lei. Lei, con le sue prefazioni mi ha introdotto a Bret Easton Ellis, a Kerouac, a Hemingway, a molti altri. Conoscerla, e godere da allora della sua amicizia è un privilegio enorme. Davvero enorme. Una delle cose più belle che mi sia capitata attraverso la scrittura. Forse la più bella.
V.: A proposito degli orizzonti della nostra narrativa, cosa pensi della letteratura moderna e degli scrittori odierni?
I.C.: Leggo molto gli scrittori contemporanei. Come tutti ho passioni e anche odii (di cui però non parlo). Mi piace invece molto parlare dei libri che amo. Di recente mi è capitato di leggere diversi libri italiani belli, di autori giovani e ne sono contento: Mariolina Venezia, Roberto Moroni, Valeria Parrella, Diego de Silva... elencare tutti quelli che mi piacciono sarebbe molto lungo. Ho poi una passione per le scrittrici; le voci femminili in letteratura (dovendo generalizzare) mi piacciono molto, all’estero la Atwood e la Munro sopra tutte.
V.: Hai scritto per il cinema, il teatro, la televisione. Hai scritto dei radiodrammi, conduci un laboratorio di scrittura collabori con riviste e scrivi romanzi. Insomma un amore per la scrittura in ogni sua forma. Ma qual è la forma che preferisci, con la quale secondo te riesci a esprimerti meglio?
I.C.: Non lo so. Io mi sento arricchito dalle diverse forme in cui scrivo, e in un certo senso credo che queste forme “dialoghino” tra loro. Sono lo scrittore che sono (chiunque questo scrittore sia) perché traduco, perché scrivo film e lavori teatrali, perché collaboro a testi televisivi. Nel bene e nel male, la mia scrittura è fatta di tutto questo, e non saprei immaginarmi chiuso in una sola forma. Anche se ammetto che la libertà (spaventosa) che ti dà stare davanti a una pagina bianca di cui sei il solo responsabile è impagabile. E anche terrorizzante.
V.: Del tuo ultimo romanzo, Cronaca di un disamore, hai detto che è di «un romanticismo senza pudore, una storia d’amore e d’abbandono che non si vergogna di essere assoluta». Perché l’esigenza di scrivere adesso una storia, sempre citandoti, sul «malore dell’amore, sul dolore, ma anche sulla gioia assoluta»?
I.C.: Cronaca è nato dal desiderio di parlare d’amore, e di sofferenza amorosa, senza vergogna. Volevo scrivere un libro che per trasporto emotivo fosse impudico come i romanzi d’amore, soprattutto classici, che mi piacciono. E volevo ambientarlo nel mondo di oggi. Non so se ci sono riuscito, ma una volta che ho cominciato mi sono lasciato andare. Non so perché ho scelto di farlo adesso. Non so neanche se veramente l’ho scelto.
V.: Quanto c’è di te in questo romanzo? Quanto racconti della tua esperianza, delle tue passioni e della tua personalità?
I.C.: Molto. Il romanzo è il racconto della mia ossessione per l’abbandono, della mia paura di essere lasciato indietro, e anche di essere tradito. Da quando mi ricordo, ho sempre avuto questo terrore, e se ci penso un po’ tutte le cose che ho scritto, in diverse forme, parlano di questo sentimento, della paura del distacco, dell’elaborazione di una perdita o di un lutto.è quindi un romanzo molto autobiografico, se non nei fatti sicuramente nei sentimenti. D’altra parte io credo che in assoluto ogni forma di scrittura sia autobiografica, anche quando non lo è alla lettera. Anche quando scrivo personaggi molto lontani da me (per esempio nella scrittura per il cinema), riesco a farlo solo trovando dei punti di contatto con le mie esperienze personali.
V.: Nelle pagine dei ringraziamenti di Cronaca di un disamore, fai un elenco di film, libri e canzoni che ti si affollano nella mente quando cerchi di scrivere d’amore. Il fatto di stilare elenchi in realtà non è una cosa nuova nei tuoi libri, che significato hanno?
I.C.: Io sono appassionato di elenchi. Credo che mi abbia definitivamente rovinato da ragazzino il quarto capitolo de Il grande Gatsby, in cui Fitzgerald elenca per pagine e pagine i nomi dei partecipanti alle feste di Gatsby. Trovo che gli elenchi siano pieni di poesia e io ne faccio in continuazione, anche nella pratica quotidiana. Elenchi di libri, film, vestiti, alimenti, anche numeri. L’ultimo libro di Patrick Modiano, Un pedigree, è un esempio di letteratura ‘da elenco’, in quel caso l’elenco di una vita. Mi piace molto.
V.: Con Cronaca di un disamore ti sei definitivamente meritato l’etichetta di scrittore generazionale. Ti ci riconosci?
I.C.: Rubando una bella battuta a Woody Allen, no. Mi riconosco a malapena in me stesso. Fuori dallo scherzo, penso davvero di non potere parlare per altri. Forse quando si scrive pensando al particolare, si riesce poi anche a essere universali. Sono sicuro che nessuno scrittore possa pensare coscientemente e con freddezza di scrivere per un gruppo, o addirittura per un’intera generazione.
V.: Tornando a parlare della tua vita: tu sei nato a Napoli, io di Napoli mi ricordo che la si ama e la si odia al tempo stesso. Tu che rapporto hai con lei e con il mare che è uno degli elementi fondamentali di questa città?
I.C.: Con Napoli ho un rapporto turbolento. Quando sono andato via, a ventidue anni, mi stava stretta, avevo voglia di partire. Oggi sono legatissimo alla mia città, e ci torno ogni volta che posso. La mia famiglia, i miei amici di sempre sono lì, e quando ci ritorno mi sento a casa. Napoli appunto mi ha insegnato l’amore per il mare. E probabilmente, per riflesso, una sorta di antipatia per la montagna, che mi mette ansia. Quando voglio stare tranquillo, io - che abito a Roma - mi metto in auto e vado verso il mare.
In questi giorni la mia città, Napoli, soffre. E questo mi fa venire voglia di tornarci.
V.: Ivan, tu ti consideri di destra, sinistra o centro? E poi, credente (se sì in cosa), non credente o agnostico?
I.C.: Io mi considero assolutamente di sinistra. Condivido con la sinistra i valori fondamentali, primo fra tutto quello della tolleranza.
E sì, sono credente, anche se parlo con difficoltà della mia fede. E’ una questione troppo personale e delicata per poterla affrontare in poche righe. Ma se mi domandi se credo in un essere superiore, in una presenza, in un Dio, io rispondo di sì.
V.: E per finire una domanda di rito, anzi due: adesso a cosa stai lavorando? Progetti per il futuro?
I.C.: Sto lavorando al mio nuovo romanzo. Sarà una storia familiare con un bambino protagonista, ambientata a Napoli. E per il cinema sto scrivendo il nuovo film di Maria Sole Tognazzi, insieme a lei.
Sono due progetti che mi appassionano, entrambi.
V.: Grazie Ivan
I.C.: Grazie a te.