lunedì, 09 marzo 2009

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domenica, 08 marzo 2009

sul prossimo numero

MICHELE BARBOLINI
GIUSEPPE CARLOTTI
GABRIELE DADATI
ARON DEMETZ
CHICO DE LUIGI
MAURIZIO FIORINO
STEFANO FUGAZZA
ELISA GENGHINI
NICOLA LAGIOIA
GIANMICHELE LISAI
MAICOL&MIRCO
MIRELLA MALAGUTI
FRANCESCA MASOERO
FILIPPO MILANI
GIANLUCA MOROZZI
DANIELE PRATOLINI
MARCO ROSSARI
SERGIO ROSSI
PEPPE SERVILLO
PATTI SMITH
ANDREA VECCHIATO






















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categorie: veins #4
venerdì, 27 febbraio 2009

in anteprima

la copertina del prossimo numero di Veins Magazine
disponibile a breve!

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categorie: anteprime, veins #4
venerdì, 30 gennaio 2009

per gli amanti del jazz



Standard Suite In Bb Major
Pietro Lomuscio | Philology - distr. IRD (2009)

Elenco dei brani: 01. Up Jumped Spring (F. Hubbard) - 8:11; 02. Lonnie`s Lament(J. Coltrane) - 4:55; 03. Black Nile (W. Shorter) - 4:49; 04. God Bless the Child (A. Herzog & B. Holiday) - 12:44; 05. Nostalgia in Times Square (C. Mingus) - 5:25; 06. One by One (W. Shorter) - 6:41; 07. Peace (H. Silver) - 4:01;

Musicisti: Max Ionata (sax soprano e tenore), Pietro Lomuscio (piano); Andrea Venziani (contrabbasso); Mauro Lorusso (batteria);

Stile: Mainstream

Data di pubblicazione: 07 January 2009


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categorie: consigli per gli acquisti, solo per il web
domenica, 14 dicembre 2008

consigli per gli acquisti



Las Vegas edizioni

Polaroid

Gianluca Mercadante
(illustrazioni di Tobin Florio)

collana I Jackpot

Pagine:141

Prezzo 10 €

Isbn: 978-88-95744-06-3

Le Torri Gemelle, il G8, il black-out, la rivolta dei cinesi a Milano... La cronaca piove dalle televisioni e ipnotizza il pubblico, manipola il gusto, coltiva e armonizza paure. Illustrato a violenti chiaroscuri dal pittore inglese Tobin Florio, "Polaroid" fotografa il mondo odierno in dieci istantanee la cui luce improvvisa scopre, ma non sorprende, una società di esseri umani allevati secondo una logica di regime sotterranea, "democratica". Chiunque ne resti per qualche motivo estraneo, è un "soggetto a sfavore", è un "inadeguato sociale". In altre parole, è una persona inutile e, come tale, va ritirata.
Dieci racconti per dieci scatti che raccontano un’Italia obliqua, criticata in modo lucido, osservata dalla parte opposta di uno schermo televisivo.


Gianluca Mercadante (Vercelli, 1976) ha pubblicato "McLoveMenu" (Stampa Alternativa, 2002 - Premio Parole di Sale), "Il Banco dei Somari" (NoReply, 2005) e "Nodo al pettine - Confessioni di un parrucchiere anarchico" (Alacràn, 2006). Decine di suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste. Collabora a "La Stampa", "Pulp", "Orizzonti" e "Kurtz".
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categorie: recensioni, consigli per gli acquisti, solo per il web
venerdì, 05 dicembre 2008

consigli per gli acquisti



IL FILO editore

Giuseppe Guidotti

L'ERRORE

Collana Strade nuove voci

pp 59 - euro 13,00

ISBN 978-88-6185-798-8

La storia di Erika, “... Eva senza paradiso... Alice attraverso lo specchio”.
Un romanzo breve che tocca l’animo del lettore, vite che si intrecciano e si raccontano.
Si narrano le vicende di questa ragazza ma anche di altri personaggi molto particolari, così come lo sono i loro pensieri, le loro situazioni. Da momenti di quotidianità prendono vita degli spunti di riflessione profondi e pieni di sentimento.
Un testo impreziosito da un linguaggio che spesso sembra sconfinare nel poetico, deliziando il lettore con alcune frasi che non possono non lasciare il segno. “Mi bruci il cuore con la purezza tossica di ciò che sei”.

Giuseppe Guidotti è nato il 31 gennaio del 1985 a Vercelli. Si è diplomato nel 2004 presso il Liceo Scientifico. Ha conseguito nel 2008 la laurea triennale in Multidams presso l’Università degli Studi di Torino.

In copertina:
immagine di Miz.



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categorie: recensioni, consigli per gli acquisti, solo per il web
martedì, 28 ottobre 2008

in anteprima




Fazi editore


Giuseppe Carlotti


Non sono un bamboccione


Collana Le vele

pp. 140 - euro 16,00

isbn: 978-88-8112-976-8


da Novembre nelle librerie


A tre anni dal successo di Klito, il romanzo d'esordio di Giuseppe Carlotti, Non sono un bamboccione torna sul "luogo del delitto", fotografando impietosamente un'Italia sempre più cinica e indifferente. Una brillante satira dei nostri tempi, in cui la drammatica attualità di problemi quali il precariato, il mobbing sul lavoro, la criminalità e il senso di generale insicurezza emerge con esiti paradossalmente e irresistibilmente comici.

Daniele Sandroni, trentenne che vive ancora a casa della madre, si autoproclama "bamboccione". Un fenomeno statistico che ne imprigiona, etichettandola, l'identità, e che allo stesso tempo rappresenta il bersaglio dell'inesauribile vis polemica del protagonista di questo romanzo. In realtà Daniele è un bamboccione assai particolare: affetto da una rarissima patologia che lo rende "rupofobico", odia in maniera ossessiva la sporcizia in qualunque sua forma. Per questo, le sue giornate all'interno di quella che lui chiama semplicemente "l'Azienda" - emittente televisiva facilmente riconoscibile dietro le surreali sembianze da Leviatano che fagocita, digerisce ed espelle chiunque vi lavori - trascorrono nello sforzo di raschiar via con un bisturi chirurgico ogni traccia di polvere fra i tasti del computer, mentre si consuma un alienante gioco di sopravvivenza contro i colleghi e il proprio capo, e l'amministrazione risparmia ogni anno migliaia di euro in tasse grazie ai suoi disturbi psicosomatici. Fuori di lì, la realtà non è migliore: tra odiati ausiliari del traffico, una madre che vive solo per il bridge e un padre che dopo il divorzio è ridotto ad abitare in un monolocale di periferia, Daniele Sandroni fa i conti in tasca a se stesso e alla realtà in cui vive. Quel che ne segue è una satira feroce della nostra società, un teatro di maschere grottesche in cui carrierismo e meschinità, qualunquismo e improvvisazione sono alla base di una precarietà che è insieme esistenziale e professionale. L'unico epilogo possibile, pare dirci il protagonista di questo romanzo, è una rivolta rabbiosa e senza speranza, un'energia distruttiva che qui assume i toni dello sberleffo e di una folle risata, antidoto all'inerzia del pessimismo in un'Italia che non cambia mai e spesso, quando cambia, lo fa in peggio.


Giuseppe Carlotti è nato a Roma nel 1974. Laureato in giurisprudenza, lavora da anni nel campo del marketing e come autore televisivo. Il suo precedente romanzo ed esordio nella narrativa, Klito, anch'esso pubblicato da Fazi, è stato uno dei principali casi letterari del 2005.


Hanno detto di Klito:

«Un romanzo volutamente irritante, ironico e feroce, tragico e delirante». Il Messaggero

«Irriverente, grottesco, visionario, misogino e irresistibile». ttl - La Stampa

«Carlotti è un raro esempio di autocoscienza maschile dei trentenni italiani». Il Foglio
giovedì, 02 ottobre 2008

intervista a Isabella Santacroce




di Maurizio Fiorino, foto di Rosangela Betti

«Io voglio distruggere la tediosissima letteratura italiana: gli imperterriti scribacchini, i valorosi imbrattacarte, la loro ignominia. L'ambientino letterario (da sempre) mi disapprova: le mie maschere, le mie stravaganze, quale oltraggio alla grandezza della letteratura italiana. Mi vorrebbe mansueta, docile cagnetta sobriamente abbigliata, dispensatrice di quieti romanzi grondanti dialoghi e misericordia. S'infuria, spettegola, critica, volentieri sputerebbe sul volto di quella scostumata che osa non esser scimunita come i suoi esangui componenti».
Questa è Isabella Santacroce, in un’intervista di Giuseppe Iannozzi. Otto romanzi alle spalle, svariate minacce di morte, denunce, elogi (uno su tutti quello del leggendario Cesare Garboli: «prosatrice di altissima qualità, ipnotica, incantatoria, e sotto tutti gli aspetti stupefacente»).
La sua ultima opera V.M.18, dedicata a Dio Onnipotente, («mio marito») ha scatenato una furia di commenti, critiche spietate ed elogi appassionati («Un capolavoro», ha scritto Renato Barilli). Un j'accuse contro la morale, figlia di ogni umano rimpicciolimento, come ci spiega l’autrice in questa intervista esclusiva.

Che bambina era Isabella Santacroce?
Era la bambina che è adesso. Sono diventata bambina a quattro anni e lo sono rimasta. Quando guardo i video che mi faceva mio padre rivedo quello che sono. Il mio modo di muovere il corpo quando parlo, di guardare, di nascondermi, di usare la voce, le posture che assumo quando sono con gli altri. Ho sempre sofferto di un’invalidante timidezza che mi permette di raggiungere all’istante il suo opposto, ho sempre sentito di non esserci, ho sempre sentito questo distacco dalla realtà e anche da me, questa distanza. Ricordo perfettamente un mattino, ero all’asilo, avevo quattro anni. Ho fatto un video su ciò che ho provato quel giorno. Stavo appoggiata a un muretto, guardavo gli altri bambini rincorrersi, all’improvviso sono diventati animali. La stessa immagine l’avrei rivista oramai ventenne in un parco di Londra. Il fatto io dica d’esser la bambina che ero, può far credere sia scioccamente rimasta nell’infanzia, ma non sono mai stata nell’infanzia, così come non sono mai stata nell’adolescenza, così come mai sarò nell’età adulta. Io sono altrove, l’assente, sono un’Alice in lutto.
Si sa molto poco del tuo passato. C’è chi scrive tu abbia studiato in un collegio di suore, chi sostiene tu sia stata una cubista, chi una pittrice.
Ho studiato dalle suore, d’estate andavo con loro in un convento, le ho lasciate a dodici anni. Se penso al mio passato vedo suore, chiese, ostie, candele, madonne, Gesù Cristo in croce, una stanza con il soffitto a cupola e la finestra circolare, vedo una ragazza nella vasca da bagno cantare, i lavandini di marmo, il glicine. Ciò che non abbandono del mio passato sono quegli anni trascorsi con le suore, con quel funereo fumetto di stravaganze immerso in un surreale magnifico. Una di loro mi ha insegnato a scrivere, si chiamava suor Maria. Iniziare a scrivere è stato per me iniziare a parlare, non parlavo mai, ero una di quelle bambine definite difficili. Anche allora amavo il buio, stavo per ore al buio, in silenzio, faticavano a trovarmi. Mi sono innamorata subito dell’alfabeto, riempivo quaderni con l’alfabeto. Potevo stare per ore a decorarne pagine, dalla a alla z, dalla a alla z in continuazione, una sorta di atto di devozione mariana, un’esultanza incessante, un rito magico. Me ne sono andata di casa a diciotto anni, per pagarmi gli studi e ciò che mi serviva per vivere ho lavorato in discoteca, ho anche lavorato nell’atelier di una pittrice, e anche per uno scenografo. Frequentavo il Dams, rubavo i libri alla Feltrinelli, studiavo organo liturgico, dipingevo, scrivevo. Da piccola quando scrivevo inventavo la mia vita, era fantastica, e io sempre coraggiosa. Ricordo raccontini dove m’inoltravo in castelli spaventosi seguita da amichetti che sapevano li avrei salvati da ogni pericolo. Da grande ho conosciuto quei castelli spaventosi, e ho iniziato a raccontarli.
Il resto dell'intervista potete leggerla su Veins Magazine #2, disponibile QUI


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categorie: interviste, isabella santacroce, veins #2, maurizio fiorino
mercoledì, 01 ottobre 2008

intervista a Giovanni Arduino



Ve lo riassumiamo come lui si
riassume: Scrittore. Consulente e curatore editoriale. Veste di nero. Alto. Molti tatuaggi. Pigro ipercinetico. Beve chinotto. Nel 1996 pubblica "Il tempo di sognare" e nel 2004 "Mai come voi"
(entrambi editi da Sperling & Kupfer) e nel 2005 "Chiudimi le labbra" (edito da Fazi, Lain Books).


Ciao Giovanni, io sì che sono una vera pigra e ho palesemente copiato la tua biografia dal tuo sito (giovanniarduino.com) , ma era troppo carina e non ho resistito. Anzi, ci spieghi cosa vuol dire “pigro ipercinetico”?

Che sono sempre in vibrazione. Anche quando mi riposo o dormo. Che sono curioso e bulimico, che la mia mente –purtroppo- non si ferma mai. Che potrei fare di più (secondo me; secondo molti mi sbatto già fin troppo), ma –ahimé- sono pigro.

Sempre a proposito del tuo sito, ci spieghi il romanzo non romanzo Senza te non sono niente?

Doveva essere pubblicato da Lain, come Chiudimi le labbra. Poi il direttore editoriale e amico Simone Caltabellota ha mollato la sua creatura e io ho preferito lasciar perdere. Sono arrivate altre richieste, ho preso tempo, ci ho pensato sopra un po’, e alla fine ho rivisto il tutto, frammentandolo in brevi episodi, e l’ho messo sul sito, incoscientemente e quasi inconsciamente. Se non si è convinti, inutile pubblicare con x o y. Inutile andare a cercarsi delusioni. Se uno proprio deve farsi del male, tanto vale che se lo faccia da solo. E invece l’accoglienza è andata al di là di ogni più rosea aspettativa, tanto per usare una bella frase fatta.

Come mai la scelta di parlare sempre dell’amore nei tuoi romanzi, ma di un amore quasi eletto, al di sopra di tutto e superiore a tutto ciò che lo circonda?

Perché l’amore, e tutto il contorno, sesso e dintorni, non sono quasi mai così. L’idea, l’ideale di un amore che possa tutto, distruggere e creare, sopra e oltre ogni regola e ogni convenzione, mi conquista e mi affascina. è l’amore assoluto, stupendo e letale. è come l’odio, o il male, nella sua accezione più pura e perfetta, eroico, senza secondi fini, non da mezze calzette, non da politicanti. Sono atti, sono prove di un coraggio spesso inconsapevole.

Ci parli degli autori attuali che ammiri e che ti piacciono? Se hai tempo anche degli autori non attuali, magari di quelli che ti hanno formato.

Tutto mi forma e mi sforma, mi allarga o mi comprime. Sono una spugna. Non faccio distinzioni. Anche in Danielle Steel c’è qualche passaggio piuttosto bello, per dire. Molti fumetti, Andrea Pazienza e Benito Jacovitti e horror Marvel in primis, poi Crepax, Tamburini, Toffolo. Stephen King. Douglas Coupland. John Fante. Tommaso Landolfi. Ambrose Bierce. Ray Bradbury. Narrativa hard boiled, Hammett e Chandler e moderni epigoni, anni fa, ora meno. Trakl e Rilke, in ritardo, e solo grazie a qualcuno che non dimenticherò. Manuali di medicina interna e atlanti di anatomia, per vari motivi, perché il nostro corpo è affascinante e orribile. Ultimamente autobiografie, memorie, ricordi: lì vedi quando uno si mette in gioco e non bara, oppure bara talmente bene che te ne sbatti. Le favole di Francesca Lia Block, stupende.
Troppo di tutto. Un elenco giocoforza incompleto si trova sul mio sito, il solito giovanniarduino.com

E invece, per quanto riguarda la musica e il cinema, che gusti hai?

Molto cinema mi ha catturato più di tanta letteratura. Lynch. Burton. Hartley. Gilliam. Araki. Anger. Horror anni Settanta, Ottanta e Novanta. Qualche Rohmer. Alcuni registi coreani e giapponesi, così eterei, così… “giusti” (niente in più, niente in meno, perfetti). Ieri ho visto Hawaii, Oslo, un film norvegese, veramente magico.
Stesso discorso per la musica, e anche qui di tutto. Oggi, adesso, sto ascoltando gli Allhelluja (hard adrenalinico, tamarro e godibile) e i Low, probabilmente uno dei gruppi più tristi al mondo. Poi: i Manges, bravissimi, forse gli unici in Italia a fare ancora del grande punk vecchia scuola. E poi, e poi, e poi.

Considerando che spesso noi di Veins cerchiamo di essere un punto di riferimento per i giovani autori, tu ti sentiresti di dare un consiglio a coloro che sono ancora inediti e che non vorrebbero più esserlo?

Di scrivere quello che si sentono di scrivere, scordandosi ogni tanto che là fuori c’è un mercato. Scordandoselo durante, non prima né dopo, tanto per citare Andrea Pazienza. E magari di scordarsi pure questo mio consiglio, già che ci sono.

E per finire: progetti per il futuro (prossimo)?

Un racconto in italiano e il relativo remix (o roba così) in inglese per un’antologia bilingue della Black Arrow Press, un editore minuscolo ma interessante (blackarrowpress.com), un esperimento che mi divertiva, e allora, perché no? Tanto si rischia sempre.
E dovrei finire almeno due romanzi, che non racconto perché altrimenti li butto via, perché altrimenti non mi interessa più scriverli. Dovrei finirli, ma sono pigro. Vedi sopra.

Grazie di tutto Giovanni.

postato da: fluido alle ore 22:06 | link | commenti | commenti
categorie: interviste, giovanni arduino, veins #2
mercoledì, 01 ottobre 2008

"people around the world" di Maurizio Fiorino



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categorie: fotografia, veins #2, maurizio fiorino
mercoledì, 01 ottobre 2008

"people around the world" di Mirella Malaguti




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categorie: fotografia, veins #2, mirella malaguti
mercoledì, 01 ottobre 2008

"il cinema in più" di Cinzia Bomoll



Fare cinema in Italia non è come farlo da altre parti.
Qui è più difficile.
Non basta fare la scuola giusta.
Non basta essere bravi.
Non basta conoscere le persone giuste.
Non basta riuscire ad autoprodursi un film (e oggi, col digitale è possibile).
Non basta avere nella cerchia degli amici un attore famoso, o uno sceneggiatore professionista o un produttore pieno di soldi.
Ci vuole qualcosa in più.
Ok, ma cosa?
Non è l’ovvio “essere al momento giusto nel posto giusto”, almeno non solo.
Non è “la botta di culo”, almeno non solo.
Non è “l’aver fatto gavetta”, almeno non solo.
Non è “l’avere intuito cosa vuole la gente”, almeno non solo.
Non è “l’essere un vero artista”, almeno non solo.
Nessuno lo sa.
Chi lo sa, non lo dice.
Chi lo dice è perché non lo sa.
Chi pensa di saperlo, poi s’accorge d’aver sbagliato.
Chi non pensava di saperlo, si rende conto d’averlo infine capito.
Poi succedono cose strane.
Succede che qualche buon film italiano esce nelle sale e la gente va pure a vederlo, magari in pochi, però se lo ricordano per tutta la vita.
Che un ottimo film non esce nelle sale e la gente non sa nemmeno che quel film esiste.
Che un brutto film esce nelle sale e la gente, tanta, tantissima lo va a vedere, ma solo perché è Natale.
Eppure paradossalmente c’è chi sostiene che bisogna “ammirarli” questi film di Natale, perché sono i pochi in grado di riportare nelle casse della BNL (la banca che il cinema lo finanzia) più denaro di quello che ha prestato ai produttori per realizzarli, quei “film panettone”.
E allora ecco che magari succede che la BNL continua a poter permettersi di prestarne altri, di soldi, ad altri produttori, per altri film.
Ed è a questo punto che ci si può permettere di considerare un film non più come un panettone “esclusivamente ad uso e consumo” ma come qualcosa di un po’ più, anche se leggermente, “artistico”.
Succede e succederebbe. Finalmente succede e potrebbe succedere ancora di più. Se si pensa al pubblico, ma non lo si considera più solo composto da cerebrolesi. Infatti quel compito pare lo si stia relegando sempre più alla parte più bieca di una certa televisione, con alcuni “programmi” destinati alla “disintegrazione” del sistema (nervoso).
Dall’altra parte, quello che doveva essere un sistema per garantire la produzione di film di qualità cosiddetti “di interesse sociale” grazie ai finanziamenti dello Stato, si è in passato fin troppo dimostrato fallimentare.
Per anni e anni sono stati “usati” miliardi su miliardi di lire delle tasse dei cittadini italiani per realizzare centinaia di film di cui poi appena un decimo veniva distribuito nelle sale cinematografiche. Dopodiché, quando il film rimaneva in cartellone per più di un week-end, si gridava all’evento, al miracolo!
In realtà il miracolo era un altro, ed era a monte. C’è chi ancora si domanda sotto l’effetto di quale celestiale “illuminazione” certe commissioni abbiano potuto approvare certe sceneggiature infauste.
Vien da chiedersi: “l’interesse sociale” era forse quello di farla vomitare questa nostra società?
Che fosse allora un “ritegno dell’ultimo minuto” quello che impediva che fossero poi distribuiti nelle sale, questi film? No, nemmeno. Non era nemmeno sulla base della vomitabilità che un film veniva sì o no distribuito.
Ed ecco allora che se vai a leggere i cognomi di certi “miracolati” o dei loro parenti o vai a sbirciare nel loro portafoglio, là dove si relega lo spazio alle tessere partitiche, o dove si nascondono i soldi rubati, lo scopri.
Ecco perché hanno cambiato le regole dell’articolo 8 (ex 28), quello per i finanziamenti dello Stato al Cinema. Ecco perché hanno tagliato i fondi. Per colpa di quei “santoni” che facevano “i miracoli”.
E a rimetterci allora come ora sono gli altri, gli onesti, quelli che ci credono ancora, quelli che ritengono si possa fare un buon cinema spendendo il giusto, senza sperperi, senza che nessuno intaschi dietro porte chiuse su cui stanno targhette dorate con nomi di produzioni che nell’arco di un anno sorgono e tramontano (giusto il tempo necessario a costruirsi ville con piscina o riciclare denaro sporco). Quelli che userebbero i soldi per la realizzazione e distribuzione del film lavorando come si dovrebbe lavorare, dove ognuno farebbe il proprio mestiere con passione, per sé e per un pubblico dotato di cervello funzionante.
Perché quel pubblico esiste, si abbia il coraggio di ammetterlo.
Non si continui ad usare la scusa “della massa ignorante” per giustificare la pigrizia nello sfornare idee e la disonestà. Per alimentare un sistema corrotto, tipicamente italiano, che sappiamo bene quanto non si limiti solo al campo cinematografico, ma che ce lo ritroviamo anche fin sul banco della frutta ogni mattina al mercato.
è dunque “alla frutta” che siamo?
Ebbene no. Basta col pessimismo cosmico usato come pretesto.
Basta con questa “italietta” sbandierata come fosse una camicia sporca.
Ce le si rimbocchi le maniche delle camicie, piuttosto, e si scriva, si realizzi, si produca e si distribuisca il “Cinema.”
Cinema che ha dalla sua parte il fatto di non essere uniforme, come non uniforme è il pubblico. E allora si cerchi di accontentare tutti, davvero, finalmente. Si producano sì le commedie, che son sempre le preferite, ma non si tralasci il drammatico, il film d’azione e il cinema d’autore. Gli spettatori van soddisfatti. E tutti. Si smetta di pensare che quei tutti sono solo vogliosi di “panettoni natalizi”.
Si guardi un po’ di più fuori dai nostri confini. Si prenda l’esempio da chi c’è arrivato prima di noi a capire come va organizzato il sistema cinematografico.
Come fa, ad esempio, la Francia, che “controlla” (veramente) i finanziamenti dello Stato per il Cinema, che impone che un dieci per cento di tutti i biglietti strappati all’entrata delle sale vada ad alimentare i finanziamenti statali (ma per davvero, non le piscine del Dott. Taldeitali o dell’Ing. Talaltro). Come la Spagna che impone che i film con più copie nelle sale siano quelli nazionali e non quelli d’oltreoceano, come accade invece spesso da noi. Come fa la Danimarca che agevola le produzioni con sistemi digitali (meno dispendiosi). Come fanno gli Stati Uniti, la Cina e la Nuova Zelanda, che del cinema hanno fatto un industria. Film commerciali ok (vabbè ammettiamolo che per girare una ruota deve essere rotonda) ma poi anche film indipendenti e d’autore. E scuole di formazione cinematografica, da cui trarre le menti e le braccia da inserire per meritocrazia nelle diverse fasi della realizzazione di un film. Ancora troppo spesso da noi quelli che lavorano costantemente sui set sono il figlio del cugino dello zio della suocera della parente del vicino di casa di “mia nonna in carriola”.
Già, direte voi. Facile a parole. Ma poi nei fatti?
Eppure chissà, forse è proprio lì il segreto del riuscire a fare cinema.
Credere che le parole possano diventare fatti.
Averne la capacità, prima di pensarlo, poi di crederci, poi di farlo.
Proprio come succede per un film, che prima lo si scrive, poi lo si realizza e poi diventa un fatto compiuto.
Credere che la ruota che gira sia rotonda e che non sia il solito serpente che si morde la coda.
Crederci in di più per poter arrivare a crederci tutti.
E farlo.
Senza arrendersi.
è come una lotta.
Qualcuno comincia. E poi quei “qualcuno” diventano sempre di più.
E il Cinema diventa il Cinema di quei di più.
Il Cinema in più.
Quello che ci manca.

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mercoledì, 01 ottobre 2008

intervista a Ivan Cotroneo


Ivan Cotroneo scrive:
- per il cinema: ha scritto sceneggiature per Pappi Corsicato e Daniele Luchetti, fra gli altri; insieme a Claudio Piersanti ha scritto la sceneggiatura del film di Riccardo Milani, “Piano, solo”, con Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca.
- per la televisione: ha scritto diverse fiction ed è autore di spettacoli comici come "L’Ottavo Nano" e del talk show "Parla con me";
- radiodrammi e ha adattato romanzi per il teatro.
Inoltre da cinque anni tiene un laboratorio di sceneggiatura cinematografica e televisiva presso il Dams, Terza Università di Roma.
È traduttore per l’Italia delle opere letterarie di Hanif Kureishi e Michael Cunningham.
Collabora con diverse riviste, fra le quali Rolling Stone, Max, e Rodeo. Ha pubblicato nel 1999 la raccolta "Il piccolo libro della rabbia" e nel 2003 il suo primo romanzo "Il re del mondo" (entrambi ed. Bompiani).
"Cronaca di un disamore" (anno 2005 ed. Bompiani) è il suo secondo romanzo.

Veins: A proposito del tuo ultimo romanzo, Cronaca di un disamore, Fernanda Pivano ti definisce un grande scrittore, il nuovo cantore, il narratore della sua gioventù come lo era stato Cesare Pavese. Che sensazione provi ogni volta che ti ricordano queste affermazioni?

Ivan Cotroneo: Quando me le ricordano, ovviamente, mi sento lusingato e anche molto imbarazzato. Nanda Pivano ha scritto sul Corriere una recensione molto bella di Cronaca di un disamore, che mi ha emozionato, e di cui le sarò eternamente grato. Per dirla tutta quando l’ho letta mi è venuto un colpo. Quando la rileggo divento rosso da solo. Sì, direi che provo sensazioni di felicità e di imbarazzo. Ma quelle parole così esagerate non me le ricordano spesso, e va molto bene così.
V.: In realtà Fernanda Pivano apprezzò molto e parlò benissimo anche del tuo primo romanzo, Il re del mondo. Ci racconti un po’ del rapporto con lei? Del rapporto con un personaggio che in qualche modo ha cambiato gli orizzonti della nostra narrativa.
I.C.: Ho conosciuto Nanda quando lei ha letto il mio primo romanzo. Mi ha cercato per farmi sapere che le era piaciuto. Ecco, Nanda è questo tipo di persona. Una donna di una generosità assoluta. Per me, lei è un mito. Quasi tutta la letteratura che amo, l’ho conosciuta attraverso lei. Lei, con le sue prefazioni mi ha introdotto a Bret Easton Ellis, a Kerouac, a Hemingway, a molti altri. Conoscerla, e godere da allora della sua amicizia è un privilegio enorme. Davvero enorme. Una delle cose più belle che mi sia capitata attraverso la scrittura. Forse la più bella.
V.: A proposito degli orizzonti della nostra narrativa, cosa pensi della letteratura moderna e degli scrittori odierni?
I.C.: Leggo molto gli scrittori contemporanei. Come tutti ho passioni e anche odii (di cui però non parlo). Mi piace invece molto parlare dei libri che amo. Di recente mi è capitato di leggere diversi libri italiani belli, di autori giovani e ne sono contento: Mariolina Venezia, Roberto Moroni, Valeria Parrella, Diego de Silva... elencare tutti quelli che mi piacciono sarebbe molto lungo. Ho poi una passione per le scrittrici; le voci femminili in letteratura (dovendo generalizzare) mi piacciono molto, all’estero la Atwood e la Munro sopra tutte.
V.: Hai scritto per il cinema, il teatro, la televisione. Hai scritto dei radiodrammi, conduci un laboratorio di scrittura collabori con riviste e scrivi romanzi. Insomma un amore per la scrittura in ogni sua forma. Ma qual è la forma che preferisci, con la quale secondo te riesci a esprimerti meglio?
I.C.: Non lo so. Io mi sento arricchito dalle diverse forme in cui scrivo, e in un certo senso credo che queste forme “dialoghino” tra loro. Sono lo scrittore che sono (chiunque questo scrittore sia) perché traduco, perché scrivo film e lavori teatrali, perché collaboro a testi televisivi. Nel bene e nel male, la mia scrittura è fatta di tutto questo, e non saprei immaginarmi chiuso in una sola forma. Anche se ammetto che la libertà (spaventosa) che ti dà stare davanti a una pagina bianca di cui sei il solo responsabile è impagabile. E anche terrorizzante.
V.: Del tuo ultimo romanzo, Cronaca di un disamore, hai detto che è di «un romanticismo senza pudore, una storia d’amore e d’abbandono che non si vergogna di essere assoluta». Perché l’esigenza di scrivere adesso una storia, sempre citandoti, sul «malore dell’amore, sul dolore, ma anche sulla gioia assoluta»?
I.C.: Cronaca è nato dal desiderio di parlare d’amore, e di sofferenza amorosa, senza vergogna. Volevo scrivere un libro che per trasporto emotivo fosse impudico come i romanzi d’amore, soprattutto classici, che mi piacciono. E volevo ambientarlo nel mondo di oggi. Non so se ci sono riuscito, ma una volta che ho cominciato mi sono lasciato andare. Non so perché ho scelto di farlo adesso. Non so neanche se veramente l’ho scelto.
V.: Quanto c’è di te in questo romanzo? Quanto racconti della tua esperianza, delle tue passioni e della tua personalità?
I.C.: Molto. Il romanzo è il racconto della mia ossessione per l’abbandono, della mia paura di essere lasciato indietro, e anche di essere tradito. Da quando mi ricordo, ho sempre avuto questo terrore, e se ci penso un po’ tutte le cose che ho scritto, in diverse forme, parlano di questo sentimento, della paura del distacco, dell’elaborazione di una perdita o di un lutto.è quindi un romanzo molto autobiografico, se non nei fatti sicuramente nei sentimenti. D’altra parte io credo che in assoluto ogni forma di scrittura sia autobiografica, anche quando non lo è alla lettera. Anche quando scrivo personaggi molto lontani da me (per esempio nella scrittura per il cinema), riesco a farlo solo trovando dei punti di contatto con le mie esperienze personali.
V.: Nelle pagine dei ringraziamenti di Cronaca di un disamore, fai un elenco di film, libri e canzoni che ti si affollano nella mente quando cerchi di scrivere d’amore. Il fatto di stilare elenchi in realtà non è una cosa nuova nei tuoi libri, che significato hanno?
I.C.: Io sono appassionato di elenchi. Credo che mi abbia definitivamente rovinato da ragazzino il quarto capitolo de Il grande Gatsby, in cui Fitzgerald elenca per pagine e pagine i nomi dei partecipanti alle feste di Gatsby. Trovo che gli elenchi siano pieni di poesia e io ne faccio in continuazione, anche nella pratica quotidiana. Elenchi di libri, film, vestiti, alimenti, anche numeri. L’ultimo libro di Patrick Modiano, Un pedigree, è un esempio di letteratura ‘da elenco’, in quel caso l’elenco di una vita. Mi piace molto.
V.: Con Cronaca di un disamore ti sei definitivamente meritato l’etichetta di scrittore generazionale. Ti ci riconosci?
I.C.: Rubando una bella battuta a Woody Allen, no. Mi riconosco a malapena in me stesso. Fuori dallo scherzo, penso davvero di non potere parlare per altri. Forse quando si scrive pensando al particolare, si riesce poi anche a essere universali. Sono sicuro che nessuno scrittore possa pensare coscientemente e con freddezza di scrivere per un gruppo, o addirittura per un’intera generazione.
V.: Tornando a parlare della tua vita: tu sei nato a Napoli, io di Napoli mi ricordo che la si ama e la si odia al tempo stesso. Tu che rapporto hai con lei e con il mare che è uno degli elementi fondamentali di questa città?
I.C.: Con Napoli ho un rapporto turbolento. Quando sono andato via, a ventidue anni, mi stava stretta, avevo voglia di partire. Oggi sono legatissimo alla mia città, e ci torno ogni volta che posso. La mia famiglia, i miei amici di sempre sono lì, e quando ci ritorno mi sento a casa. Napoli appunto mi ha insegnato l’amore per il mare. E probabilmente, per riflesso, una sorta di antipatia per la montagna, che mi mette ansia. Quando voglio stare tranquillo, io - che abito a Roma - mi metto in auto e vado verso il mare.
In questi giorni la mia città, Napoli, soffre. E questo mi fa venire voglia di tornarci.
V.: Ivan, tu ti consideri di destra, sinistra o centro? E poi, credente (se sì in cosa), non credente o agnostico?
I.C.: Io mi considero assolutamente di sinistra. Condivido con la sinistra i valori fondamentali, primo fra tutto quello della tolleranza.
E sì, sono credente, anche se parlo con difficoltà della mia fede. E’ una questione troppo personale e delicata per poterla affrontare in poche righe. Ma se mi domandi se credo in un essere superiore, in una presenza, in un Dio, io rispondo di sì.
V.: E per finire una domanda di rito, anzi due: adesso a cosa stai lavorando? Progetti per il futuro?
I.C.: Sto lavorando al mio nuovo romanzo. Sarà una storia familiare con un bambino protagonista, ambientata a Napoli. E per il cinema sto scrivendo il nuovo film di Maria Sole Tognazzi, insieme a lei.
Sono due progetti che mi appassionano, entrambi.
V.: Grazie Ivan
I.C.: Grazie a te.

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